Che significa progettare nel Sociale? Proviamo a fare il punto…

2017-10-10T11:27:58+02:00 21 dicembre 2016|Categories: Articoli|0 Commenti


​Le rappresentazioni prevalenti nel mondo del Sociale: quali implicazioni per la progettazione

Proviamo a porci in una prospettiva dalla quale possiamo pensare che ciò che viene solitamente identificato come “il mondo del Sociale”, non diversamente da altre realtà, è caratterizzato da un insieme di rappresentazioni simbolico-emozionali che organizzano la convivenza sociale all’interno di un medesimo contesto (Carli & Paniccia, 2003); tali rappresentazioni, condivise, seppur immateriali e invisibili, contribuiscono fortemente a informare e orientare le azioni concrete entro uno specifico contesto.

Da questa prospettiva possiamo rilevare che il cosiddetto mondo del Sociale sembra essere attraversato da due rappresentazioni prevalenti, spesso giustapposte, e che il rapporto tra queste rappresentazioni condivise ha importanti implicazioni per il lavoro di progettazione in questo specifico ambito.

Da un lato possiamo riconoscere che il lavoro nel sociale è carico di valenze etiche, affettive ed emozionali, investe i valori e le credenze sia degli operatori sia dei clienti/destinatari: l’aspetto valoriale, sembra essere una delle rappresentazioni condivise prevalenti

Quella portata avanti da diverse organizzazioni del Terzo Settore sembra a volte essere un’azione che si ispira a grandi principi, che esprime orientamenti ideali che riescano a mobilitare entusiasmi e attese per realizzare qualche cosa di bello e grandioso. Tutto ciò entro quella che potremmo identificare come una rappresentazione condivisa caratterizzata da idealità ipostatizzate.

Nel Sociale, forse maggiormente che in altri contesti, l’attività di progettazione può rappresentare il momento privilegiato in cui si esprimono i propri valori, i modelli valoriali di riferimento che implicitamente, e talvolta inconsapevolmente, si utilizzano per dare senso e spiegare dei fenomeni e si mettono a confronto i sistemi di valori. È ormai chiaro come le difficoltà incontrate nel progettare siano solo parzialmente di ordine tecnico. Nel Settore Sociale, quando si fa fatica a lavorare per progetti, o quelle volte in cui si fanno progetti scadenti, accade non solo perché non si hanno competenze specifiche sulla progettazione (che è pure un aspetto essenziale e imprescindibile). Le difficoltà maggiori sono insite nel fatto che la progettazione rappresenta un’attività che costringe a fare i conti con il “limite”, a rapportare cioè scopi, attese, propositi con orientamenti valoriali, scelte concrete e risorse. Una caratteristica tipica di alcuni progetti nel Sociale è quella, ad esempio, di porsi troppo spesso delle mete assai ambiziose, obiettivi spropositati rispetto ai tempi, alle energie a disposizione e alle reali possibilità di successo. È come se vi fosse una spinta all’onnipotenza che in nome della “buona causa” porta a sottovalutare gli elementi di realtà.

Il progetto, in tali contesti, assume la funzione di propulsore; lo scopo espresso nel progetto serve a sviluppare identificazioni, a dare spinte motivazionali, ma non ad orientare l’agire sulla base di vincoli e limiti: sembra esserci una idealizzazione che nega o cerca di compensare le difficoltà di coloro che si confrontano e scontrano con la complessità e la fatica del lavoro nel sociale, fatto anche di delusioni ed insuccessi. In tali contesti c’è una svalutazione e sottovalutazione profonda della dimensione tecnica del lavoro: poca cura nell’identificare le strategia, dei modi con cui avviare, gestire e coordinare iniziative, ed una sopravvalutazione invece dello scopo generale.

Corollari di questa specifica rappresentazione condivisa prevalente sono il raro riferimento alle dimensioni di verifica: l’idealizzazione non si presta a verifiche puntuali, se il fine era ritenuto buono in sé perché porsi interrogativi? E il difficile dialogo con la dimensione economica: la dimensione economica, che potrebbe rappresentare l’aspetto di risorsa e sostenibilità delle iniziative sociali, viene a volte relegata nella logica del profitto, estranea e nemica al mondo del sociale, con importanti criticità, in termini di non sostenibilità dei progetti, che questo comporta.

Opposta a questa rappresentazione condivisa, che potremmo definire come dell’idealità ipostatizzata, sembra convivere un’altra rappresentazione, altrettanto condivisa nel mondo del Sociale, che potremmo definire della razionalità astratta. Nei contesti in cui questa rappresentazione diviene prevalente vediamo organizzazioni del Terzo Settore che si rappresentano il lavoro d’impresa, necessario e imprescindibile per ogni organizzazione che imprende, completamente scisso dai problemi delle persone di cui si occupano attraverso i progetti che implementano nei territori; entro un assetto organizzativo che agisce a prescindere dall’oggetto specifico d’intervento.

In questo tipo di contesti il lavoro di progettazione sociale diviene sinonimo di pianificazione razionale o programmazione, ovvero di imposizione su una realtà sociale manchevole e disordinata, squilibrata e confusa, di un ordine razionalmente studiato da parte di un’autorità superiore che, su varie basi, viene legittimata a farlo. Pianificazione, infatti, implica il riferimento ad una razionalità certa, garante di esiti positivi e, d’altro lato, una sottomissione obbediente e uniforme: tali fattori non sono facilmente reperibili nella nostra società contemporanea e hanno comunque poco a che fare con le componenti di ideazione e di idealità che sono intrinseche a ciò che viene denominato “progetto”. Ciò implica che il progetto, costruito entro tali rappresentazioni, rimane sempre una cosa diversa e lontana dalla realtà dei servizi e delle iniziatiche che, a volte, le medesime organizzazioni sociali portano avanti.

Le due rappresentazioni prevalenti delineate che sembrerebbero attraversare il mondo del Sociale, parrebbero caratterizzare alcune organizzazioni in maniera più pervasive in una direzione o in un’altra, ma le due logiche spesso agiscono implicitamente in seno alle medesime organizzazioni, contribuendo a creare importanti problematiche relative al lavoro per progetti e al lavoro di progettazione.

Le due rappresentazioni condivise prevalenti, razionalità astratta e idealità ipostatizzata sono come Scilla e Cariddi, insidie pericolose, contro le quali si rischia di naufragare. La razionalità astratta spegne affetti e investimenti indispensabili per muovere e smuovere; l’idealità ipostatizzata, così alta che non potrà mai trovare traduzione nella realtà di ogni giorno, illude e delude, avvicina, dà la carica e avvilisce mostrando distanze irriducibili (Olivetti Manoukian 2006).

Nella quotidianità della vita lavorativa nel mondo del Sociale è importante che si possa contare su progetti sostenibili: che sono collegati anche a ideali elevati, ma non in modo automatico e lineare. Ciò che in sé e per sé è razionale, può non essere sostenibile entro la complessità della realtà (che contempla aree di irrazionalità). Un attaccamento rigido agli ideali porta a non riconoscere i valori, rischia di diventare preclusione ideologica all’incontro e alla connessione con varie possibili risorse.

Potremmo dire allora che quello che è possibile è un progettare sostenibile, un agire progettuale che non corrisponde ad un progettare “il” sociale, ovvero a definire assetti ideali e stabilire ciò che deve essere, quanto progettare “nel” sociale, ovvero sviluppare delle costruzioni sociali in un processo dinamico che possa dar vita ad altri processi, che più di altri appaiono ragionevoli, auspicabili e sostenibili, per promuovere una società in cui siano riconosciuti e tutelati valori e diritti ritenuti centrali (Olivetti Manoukian 2006).

Questo è possibile se si prova a conciliare immaginazione e operatività, e questo avviene solo entro luoghi in cui è possibile lo scambio tra diversi attori orientati da obiettivi comuni, definiti e condivisi; in tal senso lo scambio (potremmo dire partnership) tra soggetti esperti diviene il limite alle derive tanto valoriali quanto razionali. Sembrano essere necessari luoghi che favoriscano ed orientino lo scambio tra soggetti organizzativi che operano nel mondo del Sociale; luoghi di incontro e di confronto, in cui le questioni quotidiane possano essere elaborate, in cui possono essere riconosciute le risorse presenti, cosa c’è già, a partire dalle esperienze quotidiane di ognuno, luoghi in cui è possibile costruire e condividere alcune delle ipotesi o delle idee forti rispetto a come si legge e si interpreta il contesto sociale in cui si è collocati e le problematiche più generali che lo caratterizzano, ma anche su come si immagina di affrontare le questioni come si presentano, e orientare il tutto a quelle che potremmo definire politiche sociali; ovvero a come i decisori politici interpretano i problemi e offrono soluzioni, seppur per larghe maglie; in altri termini i bandi di finanziamento delle iniziative sociali che lasciano trasparire gli indirizzi dei decisori politici, ma anche come essi stessi interpretano il problema (aspetto che va sempre letto e interpretato), lasciando sempre la porta aperta all’innovazione.

 

Che cos’è un Progetto Sociale? Dal progetto al progettare

Come abbiamo visto il termine “progetto” rimanda a tante letture e interpretazioni di significato, organizzando diversi tipi di azioni progettuali: tante quante le rappresentazioni condivise entro specifici contesti prescrivono di fare.  Un’ipotesi utile potrebbe essere quella di abbandonare l’idea del progetto quale elemento concreto e immutabile e abbracciare, quale aspetto centrale del termine, l’azione del progettare: in tal senso progettare sembrerebbe rappresentare un possibile modo della mente di avvicinare la realtà, coinvolgendosi attraverso processi identificatori, di idealizzazione, e distanziandosene, sia per conoscere, sia per mettere a punto ipotesi realistiche atte ad intervenire su condizioni e problemi specifici. Quel modo della mente che non rinuncia ad immaginare e ad aggredire i problemi alla ricerca di nuovi modi capaci di rispondere alle criticità e a problemi situati nella dimensione operativa. Progettare è immaginare per operare, lasciando la porta aperta al fantastico (Kaneklin, Olivetti Manoukian 1990). Nel progetto si sistematizzano connessioni, intuizioni, ipotesi nate in modo scomposto, si connettono e ordinano pensieri nati da biforcazioni, analogie, metafore.

Progettare nel sociale ha una specifica declinazione. Talvolta l’idea di progetto è associata ad immagini meccaniche: “l’organizzazione scientifica del lavoro, il funzionamento di una macchina utensile, la realizzazione di un cantiere, la preparazione di un software. Sono esempi di progetti particolari, basati sulla stessa logica: tenere sotto controllo i fattori in gioco, garantire la riproducibilità ai risultati, standardizzare i processi, scomporli in multipli (azioni) e sottomultipli (attività), ma non sempre è così: se guardiamo in natura possiamo notare che la metodologia di lavoro per progetti più diffusa è quella basata su codici generativi, che autoregolano processi i vitali: le cose sono prevedibili, ma con consistenti margini di libertà e auto adattamento: questo tipo di logica progettuale si rivela essere la più adatta al mondo del Sociale. Un software è un progetto. Anche un seme lo è, ma di natura diversa” (Istituto degli innocenti, 1998). La progettazione così intesa sposta l’attenzione sulle competenze progettuali possedute dagli attori sociali (singoli o in raggruppamenti) e può essere definita come “attività di produzione di mondi possibili, come attività esplorativa e costruttiva, volta alla ricerca e alla definizione di problemi, come indagine pratica”. (Lanzara, 1993).

La progettazione sociale tiene insieme l’elemento della tecnicità con quello della intenzionalità. Essa richiede una elevata tecnicità in termini di “dettaglio ordinato”, di razionalità interna, di rigore metodologico. Nello stesso tempo, trattandosi di persone che investono in persone, richiede una forte intenzionalità, un investimento di desiderio che può, se non assicurare, almeno permettere la mobilitazione della intenzionalità altrui, il desiderio al cambiamento da parte di tutti i soggetti implicati, siano essi attori o beneficiari (Sanicola 2003).

 

Progettare il sociale o nel sociale: caratteristiche e peculiarità del settore

Esistono alcuni fattori che conferiscono caratteristiche peculiari all’attività di progettazione nel Sociale, che riguardano la tipologia di offerta dei servizi, le caratteristiche del personale, la dimensione valoriale, il tipo di clienti/destinatari, ed il tipo di relazioni all’interno della rete dei servizi e all’interno del contesto/comunità in cui si colloca.

Il settore, in senso lato, Sociale è generalmente caratterizzato dai seguenti fattori:

  • si producono servizi ed in particolare servizi alle parsone; si realizzano interventi di aiuto alle persone beneficiarie finalizzati a produrre non manufatti ma cambiamenti a livello personale e sociale;
  • sono presenti delle forti valenze valoriali, affettive ed etiche connaturate al lavoro;
  • è altamente presente personale professionale o semi-professional (educatori, sociologi, insegnanti, medici, infermieri, psicologi, etc.);
  • quasi sempre i progetti sociali richiedono e sono realizzati grazie all’interazione di una pluralità di organizzazioni (organizzazione a rete) ed istituzioni private e pubbliche;
  • c’è una forte dipendenza del settore dai finanziamenti pubblici. (Leone, Prezza 2014).

 

Storia (breve) della progettazione sociale

Il progetto si è affacciato nello scenario dell’azione sociale con la cooperazione internazionale, cioè con le iniziative di aiuto nei confronti dei paesi in via di sviluppo.

Solo in tempi più recenti, il progetto è diventato un dispositivo metodologico proprio anche per l’azione sociale nell’area di intervento dei soggetti e dei servizi del welfare occidentale e ancor più del welfare mix, cioè di quell’area che vede impegnati una pluralità di soggetti ed una molteplicità di risorse per fare fronte ai bisogni sociali (Sanicola 2003).

L’idea di lavorare per progetti fa la sua comparsa per la prima volta nel settore sociale alla fine degli anni settanta, periodo di piena maturazione del ciclo espansivo del welfare, in cui si comincia a pensare che “i progetti diventano al tempo stesso il modo di fare e di attuare un programma; sono gli elementi di traino con i quali costruire il sistema alternativo dei servizi” (Bassanini et al., 1977)

A partire dagli anni novanta, la maggior parte delle esperienze di promozione della programmazione in ambito sociale sono accompagnate da indicazioni per la stesura di progetti, e dalla richiesta di realizzare un disegno di valutazione, o di specificare gli indicatori (di processo e di risultato), sui quali si baserà la valutazione del progetto. Risalgono a questo periodo le prime esperienze di progettazione e valutazione realizzate con rigore metodologico.

Nella seconda metà anni novanta si sviluppa una cultura della valutazione delle politiche pubbliche.

In ambito sociale, vengono approvate leggi importanti (L. n. 285/1997; L. n. 40/1999, fino alla L. n. 328/2000), che spingono verso una progettazione affiancata ad una valutazione sistematica dei progetti sperimentali e promozionali, legandoli a specifici piani di intervento (locali, a livello di ASL o provinciali), che sono soggetti a finanziamento. Per questa strada, il lavoro per progetti viene valorizzato e inserito nell’ambito della programmazione delle politiche sociali.

In questi anni le politiche sociali si ridefiniscono sulla base di due principi, quello della territorialità e quello della sussidiarietà. Tutto ciò comporta una spinta alla esternalizzazione dei servizi, per cui gli enti locali – che hanno la titolarità delle politiche sociali territoriali – devono dotarsi di strumenti per valutare la qualità degli interventi gestiti dal privato sociale. Si sviluppano pertanto nuove funzioni valutative, che coniugano esigenze di rendicontazione dei costi con analisi della qualità degli interventi, cercando di tenere presente anche il punto di vista dei cittadini utenti e di altri stakeholder significativi (attraverso carte dei servizi, bilanci sociali, ecc.).

Con la L. n. 328, il piano sociale diventa il principale strumento di programmazione degli interventi sociali di un territorio. I principali attori della pianificazione sociale e, conseguentemente, i committenti della costruzione e valutazione dei progetti diventano i comuni associati, che coordinano il sistema di servizi integrati e interventi sociali di ciascun territorio.

I piani di zona hanno il compito di promuovere progetti. Nella pianificazione zonale i progetti rappresentano la parte più innovativa e sperimentale delle politiche sociali programmate, ovvero qualcosa che non c’è ancora: “essi hanno una dimensione generativa che li differenzia dalle altre azioni ripetitive, di tipo esecutivo, e che li caratterizza per la ricerca di soluzioni innovative in risposta a bisogni nuovi” (d’Angella, Orsenigo 1997).

Negli anni più recenti, la progettazione sociale ha iniziato a svilupparsi non solo dal piano di zona, ma anche da altri strumenti integrativi di programmazione (contratti di quartiere, patti territoriali, bandi europei, regionali, a cura delle fondazioni, ecc.).

L’attuale sfida alle organizzazioni del Terzo Settore rimane quella di coniugare il perseguimento dei propri obiettivi, relativamente all’oggetto dei propri interventi, con quello che potremmo definire le politiche sociali che, a diversi livelli e attraverso i più disparati attori, agiscono con gli strumenti che gli sono propri (avvisi e bandi di finanziamento). Lo strumento per vincere questa sfida resta, ancora una volta, il progetto e la competenza progettuale.

 

Innovare nel sociale, ovvero, andare oltre i soliti binari

 “Oggi sono stato in una stazione ferroviaria e ho scoperto che la distanza che separa i due binari è di 143,5 centimetri, o di 4 piedi e 8,5 pollici. Perché una misura tanto assurda? Perché all’inizio, allorché costruirono i primi vagoni ferroviari, usarono gli strumenti utilizzati per la costruzione delle carrozze. Ma perché tra le ruote delle carrozze c’era questa distanza? Perché le vecchie strade erano state costruite per questa misura, e solo così le vetture potevano percorrerle. Chi aveva deciso che le vie dovevano essere realizzate sulla base di questa misura? Qui dobbiamo andare ad un passato molto remoto: lo decisero i Romani, i primi grandi costruttori di strade. Per quale ragione? I carri da guerra erano trainati da due cavalli – e mettendo accanto uno all’altro gli animali di razza impiegati a quell’epoca, essi occupavano 143,5 centimetri. Perciò la distanza fra binari che ho visto oggi, utilizzati per il nostro modernissimo treno ad alta velocità, è stata stabilita dai romani. Quando gli emigranti andarono negli Stati Uniti a costruire ferrovie, non si domandarono nemmeno se sarebbe stato meglio modificare la loro larghezza, ma continuarono a seguire le misure campione. Questo ha finito per influire persino sulla costruzione dei mezzi spaziali: gli ingegneri americani ritenevano che i serbatoi di combustibile dovessero essere molto più larghi, ma erano fabbricati nello Utah e dovevano essere trasportati per ferrovia al centro spaziale in Florida, e le gallerie non consentivano il passaggio di ingombri superiori… Conclusione: dovettero rassegnarsi a quella che i Romani avevano stabilito che fosse una misura ideale” (Cohelo P., Lo Zahir, Bompiani, Milano, 2005, p. 135)

Questo brano, tratto dal libro Lo Zahir di Paolo Cohelo, mette in luce come l’agire in base ad idee precostituite, il non aprirsi al nuovo possa creare situazioni paradossali. Il progettare nel sociale ha invece al cuore l’esigenza di produrre un cambiamento, da una situazione data ad una nuova, desiderabile. Troppo spesso accade che i bandi di finanziamento che permettono di sostenere i progetti sociali finiscono per essere trattati alla stregua dei binari.

Progettare nel sociale, però, è sempre un fare nel sociale, è per definizione frutto di un incontro con altri, di un pensare comune che produce nuove “mappe” condivise. L’innovazione è sempre possibile, ma mai da soli; si innova sempre insieme. Questo sembra essere la ricchezza che il mondo del Sociale riconosce nel momento in cui innova: anche nelle, apparentemente strette, maglie delle procedure di gara d’appalto c’è, sempre, spazio per innovare e i gradi di libertà per farlo sono ravvisabili solo nell’azione comune.

Amministratore di Social Host

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